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  125  Lupi e lupari del Matese Corradino Guacci (naturalista) Il  Massiccio del Matese era famoso per i suoi lupi già nell’antichità. Tale fama, all’inizio dell’800, valicava i confini del Regno di Napoli tanto che il viag-giatore inglese Richard Keppel Craven, impegnato nel Grand Tour [1], annotava: Venafro in antiquity was noted for the ferocity of its wolves.... [2]Venafro era sede di Caccia reale e la riserva di Torcino e Mastrati [3], posta nella pianache porta a Capriati, costituiva un’appendice naturale della catena montuosa [4]. Qui, il lupo, il cinghiale ed il capriolo, costituivano le prede di elezione nelle battuteorganizzate dai Borboni e, in seguito, dai Savoia come ricorda Giuseppe Rosati, Capitanodi caccia di Sua Maestà il Re d’Italia [5]: Illupo è comunissimo in Torcino specialmente nel verno, si nasconde a preferenza nel più forte del Selvone. Di notte però non si astiene dal recarsi urlando sin sotto alle finestre delle guardie al Barraccone di dove fugge poi inseguito dalla immensa schiera di cani da mandria che ivi dormono al sereno. La stessa distribuzione dei toponimi associati al lupo, così come rilevato dalle cartetopografiche o dai documenti d’archivio, testimonia la diffusione del carnivoro: Cantalupo in agro di Ciorlano, Toppo della lupa a Morcone e Grotta lupino a Faicchio,  Sorgente Valle lupa a Longano [6],  Monte Valle dei lupi a Roccamandolfi, Colle di lupo aMonteroduni, Tana della lupa a Sepino e Fonte la lupa a Guardiaregia. Numerosi quelli di cui s’è perso l’uso quotidiano: Valle lupara tra Longano eRoccamandolfi [7], Valle de’ lupi e  Pincicalupi/o a Roccamandolfi [8],  Luparelli , Colle del  [1] Il Grand Tour era un lungo viaggio nei Paesi dell’Europa continentale compiuto da giovani rampolli dell’ari-stocrazia britannica in particolare, ma anche francese e germanica. Lo scopo era il perfezionamento dell’istruzione ela durata poteva variare da pochi mesi ad alcuni anni.[2] “Venafro nell’antichità era famosa per la ferocia dei suoi lupi”.[3] Prendeva il nome da due villaggi diruti.[4] Così il Giustiniani:  Matese, un de’ più celebri, e rinomati monti del nostro Regno, separato dalla catena degli Appennini...…il suo perimetro deesi pigliare incluse le sue adjacenze, e propriamente dal bosco di Torcino a ponente, ov’è Caccia Reale, e dall’altra di Mastrati, girando a levante per lo monte Erbano, e per le montagne di Petraroja, monte Mutria, monte Lamaturo, e così continuando a tramontana da Guardia Regia per Sepino, Bojano in avanti .[5] Rosati era Capitano di caccia di Vittorio Emanuele II.[6] La cartografia tecnica regionale al 5.000 riporta, nella stessa zona una Fonte vallopa ed una Fonte vallope .[7] Archivio di Stato Campobasso (in seguito ASC) - Atti Demaniali Castelpizzuto, busta 1, fascicolo 1/e, sottofa-scicolo 6: bella cartina in bianco e nero del 1816 dove, al confine tra i tenimenti di Longano e Roccamandolfi, sirinviene quale prosecuzione di Valle Santa Maria , Valle lupara in seguito denominata Conca .  126 Lupo appenninico ( Canis lupus italicus , Altobello 1921) sulla traccia -  foto S. Tribuzi Giovane maschio in allerta -  foto C. Frapporti  127 lupo e Forcella Cantalupo a Monteroduni [9], Vallone fosso del lupo [10] e Fosso/a del lupo [11] a San Massimo, Cese di lopa e Colle di lopa a Castelpizzuto [12],  Pesche lupo aGuardiaregia [13].Ma, seppur trascorsi poco più di due secoli da quando Giuseppe Maria Galantidescriveva il Matese interamente coperto da estese faggete e, tra queste, aceri di una gros- sezza e bontà maravigliosa , le attività dell’uomo conseguenti alla riconquista delle sue pen-dici, hanno inferto profonde ferite all’integrità dell’ambiente montano.Accadde infatti che, dopo la pausa seguita alla peste del 1656 [14], la rinnovata spintademografica portò al raddoppio, a fine Settecento, la popolazione matesina. Ne derivò un’accresciuta richiesta di legname, necessario per le costruzioni e gli usidomestici, e di aree coltivabili e pascolative, anch’esse consumatrici di foreste. Ciò condusse ad una drastica riduzione degli hàbitat  propri della fauna selvatica [15]. La coltre boschiva che forniva cibo e rifugio agli animali, subì l’aggressione più deter-minata proprio nel periodo che va dalla fine del XVIII alla fine del XIX secolo, compli-ci la carestia del 1764, l’eversione della feudalità nel 1806 e la legge forestale del 1877che, interpretata in modo estensivo, provocò il taglio indiscriminato di ampie superficiboscate di proprietà comunale. La stessa espansione dell’economia pastorale, causò un deciso impatto sugli equilibrifaunistici già rilevato a suo tempo, con sensibilità ecologica  ante litteram , daGianfrancesco Trutta: … le sue gran selve sono di faggi (...) e vi abbonderebbe la salvagina, se la copia degli ani-mali domestici, e i loro cani la lasciassero in pace . [8] ASC - Atti Demaniali Roccamandolfi, busta 3, fascicolo 22: in un documento del 1860 compare Valle de’ lupi ;in una copia dell’onciario eseguita nel 1924, tra i terreni appartenenti alla Cappella del Santissimo Rosario vengo-no riportati l’  Aria di pincicalupi e  Pincicalupo/i , denominato anche  Aria della Corte , quest’ultimo sito si trova a con-fine tra Cantalupo e Castelpetroso, vicino alle contrade Brecciosa , Caprara , Valle Caprara e Fornello sul Colle di mezzo .[9] ASC - Atti Demaniali Monteroduni: nella  Selva della carpineta vi era un sito denominato  Luparelli ; tra le pro-prietà del principe di Monteroduni comparivano Colle del lupo e Forcella cantalupo .[10] ASC - Atti Demaniali Boiano, busta 2, fascicolo 11: Vallone del fosso del lupo si trova lungo il torrente Callora,andando da Roccamandolfi verso San Massimo, prima del molino di Domenico Di Iorio di Spinete e dopo il Vallonedi valle della chiesa .[11] ASC - Atti Demaniali San Massimo, busta 2, fascicolo 8.[12] ASC - Atti Demaniali Castelpizzuto, busta 1 anni 1812, 1828, 1832.[13] ASC - Atti Demaniali Guardiaregia:  Pesche lupo si rinviene nel demanio denominato” Tremonti, Montagna vec-chia, Campitelli “.[14] Nel 1669 la popolazione del Matese contava circa 48.000 abitanti, tanti quanti ne annoverava nel 1561.[15] Una ricostruzione storica degli aspetti ambientali del massiccio del Matese è stata tentata in GUACCI C., Zoonimi e fauna del Matese , Marinelli Editore, Isernia, 1995.  128La distruzione e l’invasione degli hàbitat  superstiti, il depauperamento delle prede abitualidel lupo oggetto di caccia da parte dell’uomo, le aumentate occasioni di contatto con ilbestiame domestico e la conseguente predazione, portò inevitabilmente ad elevare il livellodello scontro, inasprendo l’antagonismo uomo-lupo ed accentuandone la persecuzione.Un accanimento che trovava varchi perfino nel restrittivo diritto feudale laddove, nelriservare al barone privilegi venatori, lasciava del tutto libera la caccia al lupo:  Dai Capitoli, Gratie et Immunità, le quali graziosamente si domandano dall’Università di Longano e Sindici di essa all’Eccellentissimo Signor Carlo Sommay Utile signore di detta Terra accordati il 25 febbraio 1577, si viene a sapere che era proibito  andare a caccia con reticel-le, e lacci e simili sorte d’ingegni nè tampoco pescare di nessuna sorte d’acqua di detta Terra . Era invece concesso mettere tagliole a lupi, a volpi, a porci salvatici à loro arbitrio .Della caccia al lupo e dei metodi utilizzati nel XVIII secolo ci informa, con prosa pit-toresca, il duca di Pescolanciano don Giuseppe D’Alessandro [16] nella sua Opera in cuitratta delle regole di Cavalcare, della Professione di Spada e d’altri Esercizi d’Armi : Frà le fiere, la più dannosa, ed infame si è il Lupo contro di cui con ragione si pratticano infiniteinvenzioni per prenderlo, ed ammazzarlo; Si coglie al laccio, à i fossi, e con tant’altre sorti di tra- pole, ò col cartagio, che in Apruzzo dicono trascino. Si prendono l’interiora, ò carne di Cavallo, òdi altro animale morto, ed in particolare di Somarro, che più gli piace, e di giorno trascinandola per dentro le selve, si lascia vicino dove il Cacciator vuol star nascosto per fargli la posta conl’Archibuscio, ò con fargli trovar qualch’altro ordegno teso, e di notte volentieri verrà per divorar-la, e movendo la Carogna dal suo luogo, farà segno che sia Lupo, e non Cane, mentre il Cane man- gia senza moverla dal luogo; Per tirarlo à i fossi coverti di paglia, ò di altra cosa debole vi s’erganel mezzo un palo, ove sia attaccata la carne, ed in tal modo, e col trascino prendonsi pur le Volpi:il Lupo, accorgendosi del laccio, non passerà per quel luogo, se non mutarete la fune con impiastrarladell’istesso suo sterco, ò di Somaro, e così non potrà odorarla....Volentieri nella clamorosa Cacciadelle selve, in cui si prendono le poste, che suol farsi d’Inverno, intimorito dal basso de Cani, dal rumor de tamburri, e trombe, e gridi de menatori esce dal più chiuso per fuggire, e confrontarsi coni molti Cacciatori impostati à mezza luna à i schioppi: Deve il Capocaccia avvertir bene nell’im- postare, acciocchè nel sparo un Cacciatore non offenda l’altro; e perciò il Cacciatore durante la mena,non deve muoversi dal suo posto; dove senza far rumore sen stia, acciò la belva in sentir rumore inso- spettita non se ne ritorni in dietro. Ai principi del XIX secolo anche l’Inchiesta murattiana [17] si occupa della caccia allupo soffermandosi in particolare sull’uso delle tagliole: I Lupi sogliono esser presi anche fra alcuni ordigni di ferro detti le tagliuole: queste sono di due sorte [16] Don Giuseppe D’Alessandro nacque a Pescolanciano il 25 gennaio 1656 e morì a Napoli il 20 agosto 1715.[17] L’Inchiesta murattiana del 1811 costituisce una ricca fonte di dati che delinea, con ricchezza di particolari,quelle che erano le modalità, le tecniche nonché l’oggetto dell’attività venatoria, così come si svolgeva nel Regnodi Napoli a cavallo tra il XVIII ed il XIX secolo.  129  grandi, e piccole: le grandi portano sospeso un pezzo di Carne ad un uncino, dal cui moto dipendo-no le molle della tagliuola: il lupo va a strappare la carne, e rimane stretto per lo capo. Le picciole portano nel mezzo una tavoletta mobile ad ogni leggiera impressione: queste si situano a fior di terra, e si cuoprono di poco terreno, onde non siano osservate: il Lupo caminando mette il piede sulla tavoletta, dalla cui mossa chiudendosi le molle, ed il piede rimane stretto fra gli ordigni.  Ambedue situansi sul sentiere per cui si è scoverto, che il Lupo si avvia di notte a predare. Il cacciatore nel giorno seguente va di buon ora visitando le tagliuole, trovando il lupo preso l’ucci-de o collo schioppo, o con arme da taglio. Taluni che non hanno il comodo delle tagliuole cavano fossi profondi sul sentiere, che vien battuto dal lupo, e li cuoprono tanto leggiermente che la fiera passando vi cada dentro, ma questo metodo è poco sicuro, perché può avvenire o che il Lupo rampicandosi si salvi, o che nello avvicinarsi il Cacciatore al  fosso rimane offeso dal Lupo, che conserva tutte le sue forze, e la libertà dei suoi artigli. All’inizio del XVIII secolo i primi fucili da caccia erano utilizzati in prevalenza dallanobiltà per la cattura della piccola selvaggina [18], mentre nelle campagne si preferiva-no antichi e più economici sistemi quali lacci, trappole e buche nel terreno. In seguito, l’evoluzione delle armi da fuoco con il passaggio a cavallo tra ‘700 e ‘800 dal-l’archibugio a pietra focaia all’archibugio a percussione, ed i perfezionamenti che seguiro-no come l’alimentazione a retrocarica [19] e l’invenzione della cartuccia [20], segnarono unsalto di qualità nello sterminio della fauna in generale e, di conseguenza, anche del lupo.Per di più, la caccia ai cosiddetti “nocivi” [21] alimentava un non trascurabile com-mercio delle pelli che trovava lo sbocco naturale nel mercato di Bojano in occasione dellenumerose fiere che vi si svolgevano annualmente [22].Di ciò troviamo traccia sempre nell’Inchiesta:  Le pelli di lepri e volpi vendonsi a’ cappellai di Campobasso e d’Agnone per l’interno, se n’estrag- gono ancora per Terra di Lavoro. [18] Fino a tutto il ‘700, infatti, i grossi quadrupedi continuarono ad essere cacciati con armi bianche nel corso dellecosiddette sforzate, costringendo l’animale fuori dai suoi rifugi nel bosco fino a condurlo, col clamore dei battitorie delle mute di cani, in un luogo ristretto recintato da reti e da teli ove attendevano i cacciatori. Qui giunto, sfini-to, veniva circondato dai cani, immobilizzato con il taglio dei garretti posteriori ed abbattuto con un colpo di lan-cia o di pugnale da caccia sotto la spalla. Dato il notevole impiego di uomini e mezzi tra battitori, valletti, cavallie cani, necessari al suo svolgimento, questo tipo di caccia era appannaggio delle sole classi abbienti. [19] Circa 1830.[20] Lefaucheux 1838.[21] Con il passaggio dalla cultura della raccolta e della caccia a quella dell’agricoltura e dell’allevamento, le eti-chette di “buoni” e “cattivi” furono estese da un lato alle piante oggetto di coltura ed al bestiame domestico e dal-l’altro a quegli animali che interferivano negativamente con queste attività. Il concetto di “nocivo” ha cadenzato lecampagne di sterminio di numerosi esemplari della fauna italiana appartenenti sopratutto alla categoria dei “pre-datori”, da sempre visti come antagonisti dell’uomo cacciatore prima e dell’allevatore poi. Tra le innumerevoli vit-time di questa lunga e sanguinosa persecuzione vanno citate l’orso, il lupo, la volpe, la lontra, la martora, la faina,la donnola, il tasso, il gatto selvatico, svariati roditori, molte specie di uccelli -corvidi e rapaci in particolare-, anfi-bi e rettili.